Il figlio del Re

C’era una volta un Re,

E c’era il figlio del re, e la mamma del figlio del re. Il re aveva dichiarato una delle sue guerre come fanno tutti i re e il figlio doveva partire con i soldati. E la mamma non voleva. Gli andò incontro all’aeroporto e lo chiamò:

-Figlio, quant’è brutto quest’elmetto. E lo zaino, pesa, vero? (fece un gesto quasi a prenderlo). – Gesù quanto pesa. E i capelli, perché te li sei tagliati così corti. Ah! È obbligatorio. Ancora! Siamo nel duemila e ancora bisogna rapare la gente. Ma mica ci sono le pulci. E non ridere che tu da bambino te le sei prese a scuola. No, non le pulci i pidocchi. Ah! Vai nel deserto e fa caldo. Beh due centimetri in più di capelli mi sa che non cambiavano la situazione. Già niente può cambiare niente ormai. Sei stanco? (accennò ad una carezza).

-Non partire figlio. La guerra fa schifo. Non si difende niente e non si porta niente. E perché non puoi? Scappi. Ti faccio scappare io. T’arrestano? Meglio la galera. Fai brutta figura? Tu la chiami una figuraccia…Un tempo questo gli uomini lo chiamavano onore. Le cazzate che i maschi hanno fatto in nome dell’onore non si contano. Ma dove sta l’onore nell’ammazzare la gente o nell’andare a farsi ammazzare….

-Hai ragione, l’abbiamo già fatto tante volte questo discorso. Fatti guardare prima di salire su quell’aereo orrendo. No, non è un aereo normale. È orrendo perché porta via voi. Così piccoli ancora. E non fare l’uomo perché non lo sei. A vent’anni non si è uomini. A vent’anni si gioca a pallone e la sera si esce con la ragazza. Non si va a fare la guerra.

-Dici che mi scrivi e che mi telefoni? Non mi importa figlio. Non sprecare neanche un attimo della tua vita per cercare un telefono. Fallo solo se tu hai bisogno di me. Se vuoi un po’ di casa. Altrimenti lo sai. Mamma sta qui. Come adesso. Ci starò quando tornerai e ci starò sempre. La mamma è sempre la mamma. Poi se è italiana… Scemo non ridere.

-Ma ora ti devo dire una cosa. Guardami! Guarda me, non guardare i compagni che stanno per salire quella scaletta. Guarda me. Allora ti dico questo: tu sei stato sempre un ragazzo veloce. Eri piccolo piccolo e ti portavo a fare atletica leggera e ti volevano in agonistica perché eri veloce. E sei veloce anche a calcetto perché tutti ti cercano per giocare. Bene, adesso ricordati amore mio. Corri. Corri. Quando vedi il pericolo, corri. E scappa. Come quando guidi e fai una infrazione. La devi fare velocemente. E così ti dico. Tu figlio corri, corri sempre. E impara a correre anche nel deserto. Non affrontare il nemico. Quello è un povero ragazzo come te. Tu, se lo vedi davanti, corri, non lo uccidere e levati di mezzo. Sì adesso ti lascio. Ma tu hai capito? Figlio bianco e vermiglio a chi m’appiglio… No è un vecchio ricordo di liceo…sì ciao ciao…vai. (il figlio andò via)

E la madre continuando a guardarlo, un po’ curva ora, mormorò tra sé: Figlio bianco e vermiglio, figlio senza simiglio, figlio, a chi m’appiglio? Figlio, pur m’hai lassato! a chi m’appiglio… Era il pianto della Madonna di Jacopone da Todi ma a lei sembrò solo il suo pianto.

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